Meno cappi, più Maroni
Sul prato di Pontida quest’anno, per la prima volta, non c’erano solo striscioni che inneggiavano al fondatore della Lega Nord, ma anche una scritta assai vistosa che proponeva la candidatura di Roberto Maroni per Palazzo Chigi. E’ un segno della crescita dell’immagine del ministro dell’Interno, costruita nel tempo con iniziative politiche e di governo – dalla riforma del mercato del lavoro, ai successi nella lotta contro la criminalità organizzata e l’immigrazione clandestina da quando guida il Viminale. Leggi le puntate del romanzo di Bobo Maroni
15 AGO 20

Nella recente vicenda relativa alla richiesta di arresto del deputato Alfredo Papa, invece, Maroni è parso preoccupato soprattutto di fornire qualche soddisfazione all’area più esagitata del leghismo, quella che pare disponibile, nell’illusione di recuperare un’autonomia offuscata dall’alleanza di governo, a fare un pericoloso gioco di sponda con la sinistra. C’è da credere che Maroni sia abbastanza acuto da comprendere che le lusinghe della sinistra hanno le gambe corte delle frottole mal confezionate.
Sa che sarà trattato come un eroe se provocherà il tracollo del governo, per poi essere abbandonato al suo destino come uno strumento che ormai ha fatto il suo servizio. Se questa considerazione ovvia lo indurrà ad aprire un confronto duro ma costruttivo all’interno del centrodestra (e del suo stesso partito) le sue possibilità di successo resteranno consistenti. Progettare un futuro tandem con il ministro della Giustizia, ora segretario del Popolo della libertà, ha un senso solo se la costruzione di una prospettiva lontana non passa per la distruzione di quella attuale, per complessa e ardua che sia. I problemi di ricambio che affliggono le leadership del centrodestra sono oggettivi, ma proprio per questo puntare a scioglierli con forzature personalistiche rischia di provocare un disastro dal quale nessuno uscirebbe indenne. Il Maroni dell’abile mediazione e della fermezza riformista che conosciamo sicuramente ne terrà conto.